Porrajmos, l'altro genocidio

Mostra documentaria fotografica

Porrajmos, l'altro genocidio è un'esposizione documentaria-fotografica sul porrajmos, lo sterminio del popolo zingaro perpetrato dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. La mostra è stata progettata in collaborazione con FAGiC (Federación de Asociaciones Gitanas de Cataluña), e presentata al pubblico il 31 marzo 2013, in occasione della Giornata della Pace, durante l'evento innaugurale del Progetto MOMOTI: un teatro, un burattino e la città, in partnership con le associazioni Is Mascareddas, Arcoiris Onlus e Larus Onlus.
La mostra è stata poi riallestita nelle scuole della provincia di Cagliari che si sono offerte di ospitarla. I due pannelli principali che spiegano e informano sulla tragedia del porrajmos sono oggi a disposizione di enti pubblici e privati che, condividendo gli ideali della nostra associazione e i fini della mostra, intendano esporli nella propria sede.

I due pannelli illustrativi sono inoltre distribuiti con licenza Creative Commons [CC BY-NC-SA 3.0 IT], grazie alla quale è possibile condividere, riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare questo materiale con qualsiasi mezzo e formato; è inoltre possibile modificarlo trasformalo e basarsi su di esso per le proprie opere. La licenza impone le seguenti condizioni: Attribuzione — riconoscere una menzione di paternità adeguata, fornire un link alla licenza e indicare se sono state effettuate delle modifiche; NonCommerciale — Non è possibile utilizzare il materiale per scopi commerciali e Stessa Licenza — se si modifica il materiale o ci si basa su di esso, è obbligatorio distribuire i nuovi contenuti ottenuti con la stessa licenza del materiale originario. L'associazione Entulas non può revocare questi diritti fintanto che vengono rispetti i termini della licenza.

Pannello 1

Mostra Porrajmos, l'altro genocidio #1

Pannello 2

Mostra Porrajmos, l'altro genocidio #2

Per esporre la mostra o richiedere il camera ready dei pannelli contattare l'associazione


Pannello #1 - La deportazione del popolo zingaro durante la seconda guerra mondiale

“Zingari”: nomadi, maghi e giostrai

Il termine “zingaro” deriva dalla parola “Atsingani”, nome di un'antica setta eretica proveniente dall'Asia Minore. Con lo stesso termine vennero poi chiamati tutti i popoli che si stabilirono nell'impero Bizantino intorno all'anno Mille, che avevano fama di maghi ed erano circondati da un alone di mistero. Tale definizione venne poi usata per indicare tutte le popolazioni nomadi che di volta in volta arrivavano in quelle terre. Si può affermare, quindi, che i termini d'uso comune “zingaro” e “nomade” sono eteronimi, cioè imposti dall’esterno. Nonostante molti ritengano che il termine zingaro sia ingannevole, se non denigratore, e che nello stesso congresso svoltosi a Chelsfield (Londra) dal 7 al 12 aprile 1971 venne approvato l'uso del termine Rom al posto di Zingaro, questo risulta ancora ampiamente utilizzato anche dagli stessi Rom. Infatti il corretto utilizzo del termine si ha nel momento in cui si intende raggruppare in esso tutte le varie e diverse comunità che lo compongono.

Delle popolazioni zingare si possono distinguere tre gruppi linguistici principali:
Sinti o Manush: parlano ròmani con parole di derivazione tedesca, arrivano dalla Grecia nell'Europa Centro-Occidentale, si sono diffusi in Germania, Prussia Orientale, Polonia, Austria, Slovenia e Italia del nord. Hanno tradizionalmente esercitato l'attività del giostraio e del circense.
Gitani o Kalé: vivono soprattutto in Spagna e in Sud America, parlano il calò, dialetto ròmani, con molti elementi spagnoli. Nel tempo si sono dedicati all'allevamento dei cavalli, alla lavorazione del ferro e ad attività artistiche come il ballo e il canto. In Spagna la musica popolare, il flamenco, si è mischiata alla tradizione ròmani dando vita a generi musicali come la rumba catalana.
Rom: parlano la lingua ròmani con elementi valacchi, ungheresi e slavi, e rappresentano il sottogruppo più presente in Italia. Il termine Rom si riferisce agli artisti dell'India antica, prevalentemente ballerini, attori e percussionisti. Attraverso l'arte tramandavano al popolo la cultura e le tradizioni. Successivamente si dedicarono alla forgiatura dei metalli.

Un’antica persecuzione

Durante tutta la loro esistenza fino ad oggi, si è consolidata la diffidenza sorta al loro primo apparire nel Medioevo europeo: il nomadismo come maledizione di Dio; la pratica di mestieri, quali forgiatori di metalli, considerati nella superstizione popolare riconducibili alla magia; le arti divinatorie identificate per il loro aspetto “stregonesco”; etc.
Di qui la tendenza delle società moderne a liberarsi di tale presenza anche a costo dell'eliminazione fisica.
Inizialmente, però, le popolazioni nomadi vennero accolte nei diversi paesi con stupore e curiosità; solo successivamente divennero oggetto di ostilità, e i nomadi vennero identificati come i nemici della collettività. Veniva condannato soprattutto il loro stile di vita, il nomadismo, considerato portatore di disordini, e la mendicità; venivano anche spesso additati quali ladri e truffatori.
Nel 1449 vennero per la prima volta cacciati da una città, Francoforte, e gradualmente i bandi di espulsione nei loro confronti vennero adottati da tutti i paesi europei. La discriminazione crebbe sempre più fino ad arrivare alla programmazione del genocidio dei rom (Porrajmos), insieme a quello degli ebrei (Shoa), durante il regime nazista.
In seguito alle persecuzioni e allo sterminio che il Terzo Reich attuò nei confronti degli zingari, si persero gran parte delle organizzazioni sociali preesistenti tra i gruppi Rom e Sinti dell'Europa centrale ed orientale; i sopravvissuti allo sterminio nazifascista non furono in grado di ristabilire una nuova identità zingara a causa del trauma subito, perciò la loro tradizionale struttura sociale è rimasta intatta solo presso alcuni gruppi.

Cronologia

1933: venne approvata una legge per legalizzare la sterilizzazione dei “tedeschi di pelle scura”, che in quel momento erano gli zingari e gli afrotedeschi (discendenti dalle unioni tra soldati africani e donne europee durante la prima guerra mondiale).
1938, 12-18 giugno: centinaia di zingari tedeschi e austriaci furono detenuti e incarcerati nella settimana conosciuta come “la settimana della pulizia zingara”. 1938, 8 dicembre: venne approvato, definitivamente, un decreto per combattere la “piaga zingara”, e la parola piaga divenne la più utilizzata durante il regime nazista per discriminare il popolo zingaro.
1939: all'inizio della Seconda Guerra Mondiale il Partito Nazista creò un Ufficio di Igiene Razziale, organismo pseudoscientifico che pubblicò un decreto secondo il quale “tutti gli zingari devono essere trattati come malati ereditari, e l’unica soluzione è eliminarli”.
1940, gennaio: ci fu la prima mattanza di massa del Porrajmos.
1940: 250 bambini zingari furono utilizzati come cavie in esperimenti medici nel campo di concentramento di Buchenwald. Venne loro somministrato cianuro in gas per studiare il tempo che impiegavano a morire.
1941, 31 luglio: l’ufficio della Sicurezza del Reich dichiarò l’inizio della “Soluzione Finale”. Iniziava così l’eliminazione sistematica di tutti gli zingari, gli ebrei e altri collettivi come gli omosessuali, i testimoni di Geova, i dissidenti di sinistra e i portatori di handicap fisico e psichico.
1942: Himmler ordinò che tutti gli zingari fossero deportati nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Ne vennero confinati circa 23.000, che furono sterilizzati, resi vittime di esperimenti medici e annientati sistematicamente nelle camere a gas.
1944, 2 e 3 agosto: Nella notte circa 3000 zingari, soprattutto anziani, donne e bambini, morirono nelle camere a gas. Questa terribile notte verrà ricordata come “la notte degli zingari”, la Zigeunenarcht.

Pannello #2 – Lo sterminio silenzioso

Ancora oggi la documentazione sulla deportazione e sullo sterminio degli zingari è frammentaria e lacunosa. Eppure la persecuzione nei loro confronti in epoca nazista è l'unica, oltre a quella ebraica, dettata da motivazioni esclusivamente razziali: proprio come gli ebrei, infatti, gli zingari furono perseguitati e uccisi in quanto «razza inferiore». Anche il regime fascista di Mussolini diede il suo "contributo". Cinque anni dopo la caduta del nazismo il Governo Federale tedesco prese le distanze dai crimini compiuti, dichiarando di non dover nulla al popolo zingaro e che tutte le misure adottate prima del 1943 erano politiche legittime di stato. Non si riconosceva nessun diritto a un risarcimento e il dott. Ritter, l’esperto nazista di zingari, tornò ad esercitare come psichiatra infantile fino a quando, nel 1950, si suicidò. Secondo lo psichiatra nazista, gli zingari dovevano essere eliminati. L’opinione pubblica mondiale scelse il silenzio per decenni. Così, mentre nella Germania del dopoguerra si promuovevano varie leggi per compensare le vittime dei crimini nazisti, gli zingari furono esclusi ancora una volta. La giustizia democratica dimenticò la tragedia di centinaia di migliaia di persone.

Le voci del Porrajmos

Vasile Ionita, Romania, racconta: “Noi stavamo morendo di fame. Molti tentarono di racimolare un po' di grano da qualche parte, di rubarlo […] Non ci riuscivano perché venivano direttamente uccisi. Uno zingaro nomade tentò di allontanarsi per prendere dei semi di girasole. Coloro che ci stavano facendo la guardia lo uccisero immediatamente. Non potevamo scappare. Se scappavamo via venivamo catturati ed uccisi. Molte persone morivano di fame. Morivano per la fame dove erano distesi sul terreno e là rimanevano. Non c'erano cimiteri. Mio fratello morì di fame, di freddo, di malattia. Quando lo bruciammo non avevamo la forza per fare una fossa profonda. La facemmo in superficie. La comprimemmo con un po' di terra e piantammo delle piante.” D. Kenrick, In the Shadow of Swastika, Hertfordshire Press, Hertfordshire, 1995, p. 122.
Otto Rosemberg, Sinti Tedesco, racconta: “Vollero sapere tutto, da dove venivamo, chi erano i nostri genitori, chi i nostri nonni e così via […]. La maggior parte delle persone rispondeva, però ce n'erano pure alcune che non ricordavano tutto, gli anziani ad esempio. Mi ricordo ancora la fine che fecero fare a uno di loro. Si trattava di una vecchia, avrà avuto un'ottantina d'anni, ma era ancora una donna alta e robusta. Bene, non so perché, in ogni modo, la presero e le rasarono i capelli. Fu una scena terribile. Forse non aveva detto la verità o forse non aveva risposto esattamente alle domande della Justin e del dottor Ritter, fatto sta che scappò e si nascose lungo il Falkenberger Weg. Purtroppo però la scovarono, con l'aiuto della polizia chiaramente, e le tagliarono tutti i capelli. E tutto questo ad una donna di ottant'anni! Alla fine sembrava un porcospino, con quei due peli sulla testa! Ma non è tutto, perché poi la costrinsero a star ferma mentre le versavano dell'acqua gelida addosso, e mi ricordo che in quel periodo faceva già molto freddo. Morì nel giro di tre giorni […] L'hanno sotterrata nel cimitero di Marzhan, in una specie di cassa di latta, neanche in una bara.” O. Rosemberg, La lente focale, Marsilio, Venezia, 2000, p. 27-29.
Il 28 gennaio 2013 è morta Ceija Stojka, una grande donna rom, sopravvissuta al Porrajmos e autrice di una delle pochissime testimonianze scritte da rom, forse l'unica. Ceija Stojka, nata nel 1933 a Kraubath, un paesino della Stiria, era la quinta di sei figli nati da genitori cattolici appartenenti a una tribù di zingari chiamati i rom Lowara. Deportata con la sua famiglia in un campo nazista per gli zingari a Birkenau, è stata liberata nel campo di Bergen-Belsen nel 1945. Dopo essere ritornata dalla prigionia, ha vissuto a Vienna e nei suoi dintorni facendo la venditrice ambulante e scrivendo poesie, racconti e canzoni in tedesco e in lingua rom. “In ogni momento della mia vita ricordo Auschwitz” aveva detto in una recente intervista. E infatti, lungo tutta la sua carriera di artista, non ha mai smesso di dare testimonianza della propria esperienza, facendo conoscere al mondo il genocidio di sinti e rom.

Il popolo zingaro oggi in Italia

In Italia le comunità Rom e Sinti non sono riconosciute né come Minoranze Etniche Linguistiche né come Minoranze Nazionali e pertanto non beneficiano dei diritti che questi status prevedono. Sono rare le realtà dove le comunità Sinti e Rom sono considerate protagoniste sociali pensanti e dove sono attuate politiche di interazione, di partecipazione diretta e di mediazione culturale. L'Italia nega l'applicazione della Carta Europea sulle Minoranze Etnico Linguistiche che tutela le lingue minoritarie e nega la Convenzione-quadro per la protezione delle Minoranze Nazionali. I sinti e i rom italiani vedono in molti casi negato il diritto alla residenza, alla sanità, alla scuola e al lavoro. In Italia si costruiscono ancora “campi nomadi” -nuovi luoghi di segregazione- e la maggioranza dei comuni ha emanato ordinanze di divieto di sosta ai nomadi. In questa situazione drammatica i Rom provenienti da Bosnia, Confederazione Yugoslava, Croazia, Romania, Bulgaria, Polonia, Ungheria subiscono politiche discriminatorie, emarginanti e segreganti.

Un passo verso il riconoscimento di un’identità

Durante il primo Congresso Internazionale del Popolo Zingaro, tenutosi a Chelsfield (Londra) l'8 aprile del 1971, si stabilirono alcuni aspetti fondamentali per definire l'identità di questo popolo:

  1. Il riconoscimento dell'8 Aprile come giorno internazionale del popolo zingaro
  2. L'istituzionalizzazione della bandiera zingara: la parte superiore è una riga azzurra che ricorda il cielo, sotto una riga verde che ricorda l'erba e una ruota al centro, che simboleggia i carri con i quali hanno percorso chilometri.
  3. L'istituzionalizzazione dell'Inno Internazionale zingaro: il “Gelem Gelem” scritto in Ròmani che fa riferimento alla condizione itinerante di questo popolo.
  4. Il riconoscimento del Ròmani come lingua ufficiale di tutti gli zingari del mondo, stabilendo la sua grammatica e il suo alfabeto.

Pannello #2b – Come viene ricordato il porrajmos

Cerimonia del fiume – Barcellona

In Spagna, a Barcellona, viene celebrata la “cerimonia del fiume”, durante la quale gli zingari di tutto il mondo si riuniscono sulle rive dei fiumi: le donne lanciano petali di rose nell'acqua come simbolo della libertà e dell'esodo vissuto dal popolo zingaro per più di mille anni; gli uomini offrono al fiume delle candele accese in memoria delle vittime che soffrirono le conseguenze dell'odio e gli attacchi xenofobi e razzisti, in ricordo del passato del popolo zingaro, con particolare attenzione per il mezzo milione di zingari assassinati durante l'olocausto nazista.

Statua “Il popolo del vento” - Monserrato

“Il popolo del vento” è il titolo del monumento eretto davanti al campo Rom di Monserrato, che ricorda il genocidio del popolo zingaro nei campi di sterminio nazisti. La scultura è alta circa tre metri ed è stata realizzata in trachite sarda dall'artista Armandì, aderendo all'invito di Arcoiris Onlus che ha donato l'opera. Rappresenta una famiglia Rom, madre padre e figlia. Particolare attenzione è stata posta dall'artista nelle espressioni dei soggetti, che risultano essere tristi e affaticate, nel ricordo del Porrajmos. La bambina stringe in mano una ruota, simbolo dei percorsi vissuti nel loro passato nomade. Il campo rom di Monserrato è stato realizzato dal Comune di Monserrato a metà degli anni novanta nell'area dell'ex aeroporto, in via dell' Aeronautica. All’interno del campo vivono 33 persone e sono ubicate 10 case prefabbricate di circa 35 m2. Le famiglie che le abitano, tutte di etnia Rom e originarie della Bosnia Erzegovina, hanno lasciato la loro terra in conseguenza delle condizioni invivibili sfociate poi nelle guerre jugoslave e sono arrivati in Sardegna nel periodo tra la fine degli anni 80 e i primi anni 90.

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